Parliamone in prima pagina

Il cibo nel 2020? L'etichetta non garantirà la sicurezza

24/08/2009

Cosa si mangerà nel 2020? Dal 30° meeting di Rimini risponde il presidente di Confagricoltura, Federico Vecchioni: «Il cibo non sarà più una questione di etichetta, che ha certamente una sua validità per quanto riguarda la tracciabilità, ma da sola non darà certezza di qualità alimentare»

RIMINI - Al 30° meeting di Rimini il presidente di Confagricoltura, Federico Vecchioni (nella foto), oggi è intervenuto ad un incontro sul tema “Cosa mangeremo nel 2020”, che ha visto tra i partecipanti il presidente della Commissione agricoltura del Parlamento europeo, Paolo De Castro. Camillo Gardini, presidente della Compagnia delle opere agroalimentare, in veste di moderatore, ha posto alcune domande a Vecchioni.

Con la diffusione di nuovi modelli alimentari, con la fidelizzazione della marca, più che dell’origine dei prodotti, che futuro avrà l’agricoltura?

«Certamente la competitività viene in parte sostanziale dal marchio e da un contesto di mercato favorevole il punto critico sta nel gap agricolo che deriva dalla bassa redditività, un fattore che non consente alle aziende di creare propri brand. Quindi per brand, confezionamento del prodotto e pubblicità che portino ad un buon inserimento sugli scaffali della Gdo ci vogliono fondi. In parte possono essere pubblici, in parte provenire dalle banche.

Questo perché, come appare da una serie di esempi: dalla carne bovina al latte, dal pollame, alle uova, legare il prodotto al territorio e garantirne la provenienza non è automatica certezza di successo. La visione deve essere di impostazione economica: l’agricoltura è un settore che, pur nella crisi, manifesta una capacità di tenuta superiore agli altri. La parte più matura degli imprenditori agricoli accetta la sfida e investe nell’innovazione, per ridurre costi sempre più rilevanti, migliorare i prodotti differenziandoli da quelli dei competitor e guadagnare così posizioni sul mercato. Quel che ci occorre è una semplificazione del lavoro. L’eccellenza produttiva, da sola, non serve se non ha dalla sua una filiera efficiente in ogni passaggio, compresi quelli che riguardano la burocrazia.

È indispensabile che sulla qualità gravino minori costi: se le certificazioni si pagano ben più costa un sistema di pastoie burocratiche che fa spendere ad ogni impresa l’equivalente di 110 giornate lavorative all’anno. In ogni caso l’agricoltura un futuro ce l’ha eccome. Nutrirsi è un’esigenza imprescindibile ed insostituibile. La popolazione del Pianeta aumenta ed il fabbisogno alimentare cresce, tanto che la Fao stima che dovremmo raddoppiare la produzione agricola mondiale di qui al 2050».

Nel 2020 l’agricoltura sarà il “bidello” dell’industria alimentare?

«Non lo credo assolutamente il settore agricolo è in grado di soddisfare un’importante serie di domande strategiche: dall’alimentazione umana e animale, alle bioenergie, addentrandosi nel nuovo campo dei biomateriali, che sicuramente avrà un grande sviluppo. Ma c’è anche da considerare l’aspetto occupazionale: nell’intero contesto europeo l’Italia ha il minor numero di persone sotto i 35 anni che lavorano in agricoltura, un dato che può essere radicalmente modificato, perché il settore non è mai stato tanto attrattivo come oggi, proprio perché, oltre alla produzione di cibo, offre la possibilità di misurarsi su terreni come le bioenergie e i biomateriali, dando un contributo fondamentale alla lotta contro i cambiamenti climatici.

Con il Decreto anticrisi, muovendosi su una strada indicata da Confagricoltura, è stato approvato un articolo che prevede di dare in affitto ai giovani agricoltori i terreni improduttivi di proprietà degli enti pubblici. Questo è un passo importante su cui si può lavorare. Soprattutto, però, non può continuare la lettura sbagliata che identifica il settore come capace di sopravvivere solo in grazia dei contributi nazionali e comunitari, ignorando una realtà fatta di imprese dinamiche e moderne, con dignità e diritti pari, pur nella marcata differenza strutturale e culturale, a quelle industriali».

Come aggredire i nuovi bisogni alimentari?

«Non vorrei ripetermi ma il futuro del settore agroalimentare italiano e globale si gioca sulla capacità di innovare e utilizzare al meglio i risultati della ricerca più avanzata. In Italia l’agricoltura è stata in grado di far fronte alle esigenze alimentari di una popolazione cresciuta dai 54 milioni di abitanti del 1970 agli oltre 60 milioni stimati nel novembre 2008. Un aumento dell’11% in trent’anni a cui il settore e le imprese agroalimentari hanno risposto non solo con un aumento della produttività, ma anche garantendo una migliore qualità e salubrità dei cibi. Tutto ciò in un contesto nazionale dove, tra gli anni ’80 ed oggi, mentre la superficie agricola è diminuita, le produzioni sono aumentate.

In un esempio: abbiamo perso circa 3 milioni di ettari di terreni agricoli, pari a quasi il 19% della superficie agricola utilizzabile (Sau), ma contemporaneamente la produzione di cereali è aumentata del 16% e quella di carni del 14%. Questo è stato possibile anche grazie alle attività di ricerca: la strada è quella di un coordinamento efficace ed un’attività mirata alle necessità degli imprenditori. Va creato un sistema integrato di conoscenze sul primario e l’agroalimentare che inneschi un circuito virtuoso di crescita mettendo al centro le esigenze aziendali e facendo delle imprese il motore della domanda di innovazione e il suo utilizzatore finale. Non bisogna smettere di puntare sulla ricerca in agricoltura soprattutto nell’attuale scenario di una competizione aggressiva, dove il reddito dipende sempre più dalla capacità di conquistare e mantenere quote di mercato. Questo per contribuire a migliorare i risultati del settore e nell’interesse del Paese».

La reputazione dell’agroalimentare italiano è sufficiente per la competitività?

«La reputazione ha certo un peso notevole ma il valore di un’ottima immagine non deve essere confuso con la certificazione d’origine. Quella dell’origine è una battaglia dai contorni ideologici. L’etichetta ha certamente una sua validità per quanto riguarda la tracciabilità, ovvero conoscere da dove viene il prodotto, ma è un vero azzardo pensare che l’origine sia, da sola, una certezza di qualità alimentare. Quindi il teorema può essere così enunciato: etichetta d’origine uguale informazione, non sicurezza.

Non a caso, una recente indagine Nomisma ha dimostrato che per alcuni prodotti - i formaggi e i salumi - l’origine non è un elemento determinante nelle scelte del consumatore, che bada di più all’aspetto ed alla marca commerciale del prodotto. Quest’ultima è addirittura fondamentale per un genere come la pasta, importantissimo nel paniere delle famiglie, per il quale si sono sprecati negli ultimi tempi gli “allarmi” sul grano duro di importazione: una materia prima che peraltro è necessaria per il raggiungimento dello standard minimo di qualità che è alla base stessa della reputazione della pasta made in Italy».

Articolo pubblicato in accordo con il giornale Italia a Tavola (www.italiaatavola.net )